Attività fisica dopo i 50 e i 70 anni
Un determinante fondamentale nella prevenzione di demenze e malattia di Alzheimer
A cura di: Riccardo Villa
CONTENUTI
L’invecchiamento progressivo della popolazione rappresenta una delle principali sfide sanitarie del XXI secolo. L’aumento dell’aspettativa di vita, infatti, è accompagnato da una crescente prevalenza di patologie neurodegenerative, in particolare delle demenze e della malattia di Alzheimer, con un impatto rilevante non solo sul singolo individuo ma anche sui sistemi sanitari e socio-assistenziali. In questo contesto, l’identificazione di strategie preventive efficaci e sostenibili diventa una priorità di salute pubblica.
Tra i fattori di rischio modificabili, l’attività fisica regolare praticata anche dopo i 50 e i 70 anni emerge come uno degli interventi più solidamente supportati dalle evidenze scientifiche. Numerosi studi epidemiologici e clinici dimostrano che mantenere uno stile di vita attivo in età matura e avanzata è associato a una riduzione significativa dell’incidenza di demenze, nonché a un rallentamento del declino cognitivo fisiologico.
Meccanismi neurobiologici: l’effetto diretto dell’esercizio sul cervello
Dal punto di vista neurobiologico, l’attività fisica esercita un’azione diretta sulla salute cerebrale. L’esercizio aerobico migliora la perfusione cerebrale, aumentando l’apporto di ossigeno e nutrienti ai neuroni e sostenendo il metabolismo cerebrale. Parallelamente, stimola la produzione di fattori neurotrofici, in particolare il Brain-Derived Neurotrophic Factor (BDNF), che svolge un ruolo chiave nella neuroplasticità, nella neurogenesi ippocampale e nel rafforzamento delle connessioni sinaptiche.
Questi processi risultano fondamentali per il mantenimento delle funzioni cognitive superiori – memoria, attenzione, funzioni esecutive – e contribuiscono a contrastare l’atrofia cerebrale e la perdita neuronale tipiche dell’invecchiamento e delle malattie neurodegenerative.
Prevenzione vascolare e controllo dei fattori di rischio sistemici
Un ulteriore aspetto cruciale riguarda la relazione tra salute cardiovascolare e salute cerebrale. Le demenze, in particolare quelle a componente vascolare e mista, sono fortemente correlate alla presenza di fattori di rischio quali ipertensione arteriosa, diabete mellito, obesità, dislipidemie e sedentarietà.
L’attività fisica regolare si è dimostrata efficace nel migliorare il controllo di questi fattori, riducendo il rischio di danni vascolari cerebrali, microischemie e alterazioni della barriera emato-encefalica, condizioni che favoriscono l’insorgenza e la progressione del declino cognitivo. In questo senso, il movimento rappresenta un vero e proprio intervento di prevenzione primaria e secondaria.
Prevenzione vascolare e controllo dei fattori di rischio sistemici
Un ulteriore aspetto cruciale riguarda la relazione tra salute cardiovascolare e salute cerebrale. Le demenze, in particolare quelle a componente vascolare e mista, sono fortemente correlate alla presenza di fattori di rischio quali ipertensione arteriosa, diabete mellito, obesità, dislipidemie e sedentarietà.
L’attività fisica regolare si è dimostrata efficace nel migliorare il controllo di questi fattori, riducendo il rischio di danni vascolari cerebrali, microischemie e alterazioni della barriera emato-encefalica, condizioni che favoriscono l’insorgenza e la progressione del declino cognitivo. In questo senso, il movimento rappresenta un vero e proprio intervento di prevenzione primaria e secondaria.
Effetti antinfiammatori e neuroprotettivi
L’infiammazione cronica di basso grado e lo stress ossidativo sono oggi riconosciuti come elementi centrali nella fisiopatologia delle demenze. L’esercizio fisico regolare contribuisce a modulare la risposta infiammatoria sistemica, riducendo la produzione di citochine pro-infiammatorie e migliorando i meccanismi antiossidanti endogeni.
Questo effetto crea un ambiente biologico più favorevole alla sopravvivenza neuronale e alla funzionalità del sistema nervoso centrale, anche in età avanzata, rafforzando il ruolo dell’attività fisica come fattore neuroprotettivo.
Dimensione cognitiva, emotiva e sociale dell’attività fisica
I benefici dell’esercizio non si limitano agli aspetti biologici. Le attività motorie che richiedono coordinazione, equilibrio, orientamento spaziale e apprendimento motorio attivano circuiti cerebrali complessi, stimolando simultaneamente funzioni cognitive e motorie. Inoltre, la pratica regolare di attività fisica è associata a una riduzione dei sintomi depressivi, dell’ansia e del rischio di isolamento sociale, fattori noti per aumentare la vulnerabilità al declino cognitivo.
In particolare dopo i 70 anni, la dimensione sociale dell’attività fisica – svolta in gruppo o in contesti strutturati – rappresenta un elemento aggiuntivo di protezione cognitiva e di miglioramento della qualità della vita.
Intensità vs continuità: il valore della regolarità nel tempo
Un messaggio chiave, supportato dalla letteratura scientifica, è che non è necessaria un’attività fisica intensa o agonistica per ottenere benefici cognitivi. Camminare regolarmente, praticare nuoto, ciclismo, ginnastica dolce, tai chi o ballo sono interventi efficaci, purché svolti con continuità e adattati alle capacità funzionali dell’individuo.
Dopo i 70 anni, l’obiettivo principale non è la performance, ma la costanza nel tempo, la sicurezza e l’integrazione dell’attività fisica nella routine quotidiana.
Conclusione
In conclusione, le evidenze disponibili indicano con chiarezza che maggiore è l’attività fisica praticata dopo i 50 e i 70 anni, minore è l’incidenza di demenze e malattia di Alzheimer. Il movimento rappresenta una strategia preventiva multifattoriale, capace di agire su meccanismi neurobiologici, vascolari, infiammatori, cognitivi ed emotivi.
Promuovere uno stile di vita attivo lungo tutto l’arco della vita adulta, e in particolare nella terza e quarta età, non è soltanto una scelta individuale virtuosa, ma una responsabilità collettiva e una priorità di salute pubblica.